Guida · livello 2 · Le famiglie
Gli NFT: che cosa ne resta
Che cosa certifica davvero un token non fungibile e che cosa non certifica, visto che il file sta altrove: lo chiediamo al contratto di una raccolta famosa. Poi i numeri del crollo, datati, e i pochi usi che sono rimasti in piedi.
Conviene aver letto prima: Che cos'è una criptovaluta, detto senza gergo · Che cos'è una blockchain, e perché registro è la parola giusta · Ethereum e i contratti intelligenti · I gettoni di gioco: perché sono una famiglia a sé
Di tutte le parole che questo settore ha messo in circolazione fra il 2021 e il 2022, «NFT» è quella che ha promesso la cosa più grossa: la proprietà di un'immagine. Dietro la sigla c'è però un oggetto molto più modesto, e molto più preciso, di quanto il mercato di allora lasciasse credere, e per capirlo ci basta una domanda sola: dove sta il file? La risposta, spiacevole ma netta, è che non sta nel token e in genere non sta nemmeno sulla blockchain.
Invece di spiegarlo a parole, andiamo a chiederlo al contratto. La raccolta più famosa di tutte vive su Ethereum all'indirizzo che comincia per 0xBC4CA0, ed espone una funzione che, dato il numero di un pezzo, restituisce l'indirizzo delle sue informazioni. Interrogandola il 30 ottobre 2026 per il pezzo numero 1 ci siamo visti restituire una riga di testo, ipfs://QmeSjSinHpPnmXmspMjwiXyN6zS4E9zccariGR3jxcaWtq/1: non è un'immagine, non è un disegno, non è certo un diritto d'autore, ma un recapito, che rimanda a un archivio distribuito dove un altro file contiene a sua volta il recapito dell'immagine.
Dunque che cosa certifica, un token non fungibile? Due cose, e le certifica bene: che quel numero in quella raccolta è uno solo, e che a possederlo, in questo momento, è una certa chiave. Tutto il resto, invece, sta fuori: non ci certifica che il file resterà raggiungibile, perché qualcuno deve continuare a conservarlo e a pagarne la conservazione, non ci dice chi ha fatto l'immagine, perché chiunque può coniare un token che punta al lavoro di un altro, e non trasferisce, salvo contratto scritto a parte, nessun diritto di sfruttamento. È un certificato di iscrizione a un registro, appunto, non un atto di proprietà di un'opera.
La stessa distinzione, peraltro, l'ha fatta il legislatore europeo, e in un modo che conviene conoscere: il regolamento MiCA, all'articolo 2, paragrafo 3, dice che «il presente regolamento non si applica alle cripto-attività che sono uniche e non fungibili con altre cripto-attività», e nei considerando spiega perché: il valore di una cosa unica non si ricava confrontandola con un'altra, e questo ne limita l'uso finanziario. Attenzione però al considerando successivo, che è quello che in pratica conta: l'emissione di token non fungibili «in un'ampia serie o raccolta» va considerata «un indicatore della loro fungibilità», e le autorità devono adottare «un approccio basato sulla sostanza rispetto alla forma». Diecimila immagini generate dallo stesso programma, insomma, sono una serie, e la targhetta di unicità non le salva da sola.
Sui numeri, invece, la realtà di oggi è più semplice di quella di allora, e ce la misuriamo in trenta secondi: al 30 ottobre 2026 il prezzo minimo richiesto per un pezzo di quella raccolta era di 6,0 ether, pari a circa 13.300 dollari, contro un massimo di 153,7 ether toccato il 1° maggio 2022, cioè il 96,1 per cento in meno contato in ether e il 96,8 per cento contato in dollari. La raccolta che le fa da pietra di paragone, quella dei volti a mosaico, stava a 28,49 ether contro i 125 dell'agosto 2021, il 77,2 per cento in meno.
Un dato, tuttavia, dice più di tutti gli altri, e non è un prezzo: nelle ventiquattro ore precedenti la nostra lettura, in quella raccolta da 9.998 pezzi, si erano registrate 14 vendite, per un volume di circa 193.500 dollari. Quattordici scambi in un giorno, su un oggetto che nel 2022 stava sui cartelloni pubblicitari e nei comunicati delle case di moda, ed è anche il motivo per cui un «prezzo minimo» va letto con la stessa prudenza di una capitalizzazione: è il prezzo a cui qualcuno chiede, non quello a cui qualcuno ha pagato, e con quattordici scambi al giorno il secondo numero lo fanno pochissime persone.
A che cosa servono, allora, adesso che la moda è passata? A quello per cui l'unicità è una necessità tecnica invece che un argomento di vendita, e gli esempi ci sono: un biglietto nominativo che non si può duplicare, un nome di dominio dentro una rete, la ricevuta di una posizione in un sistema di prestito, un oggetto che un giocatore ha vinto e che il gioco riconosce come suo. In tutti questi casi il token fa un lavoro, e per di più un lavoro misurabile. La famiglia più viva, comunque, è proprio quest'ultima, e la raccontiamo nella guida sui gettoni di gioco; se la domanda è invece se quel gioco regga, la risposta sta su giochicrypto.com, che è il sito dove i giochi si recensiscono.
Resta il controllo che chiunque può fare prima di spendere, e con cui chiudiamo: apriamo il contratto, leggiamo la funzione che restituisce il recapito, e andiamo a vedere dove porta. Se porta a un archivio distribuito, almeno il file ha un'impronta che lo identifica; se porta al dominio di una società, il file vive quanto vive quel dominio. È lo stesso metodo che usiamo per tutto il resto, ovviamente, e sta scritto nel nostro metodo; vale peraltro più di qualunque classifica: quello che c'è scritto nel contratto si legge, mentre quello che c'è scritto nella brochure, del resto, è una promessa che non abbiamo nessun modo di controllare.
Questa guida spiega come funziona una cosa: non dice che cosa comprare, che cosa vendere o che cosa farà il prezzo di qualcosa, e non è una raccomandazione di investimento. Se ci trovi un errore, scrivici a cryptomante@atomicmail.io: lo correggiamo e lo scriviamo nelle correzioni.
