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Guida · livello 1 · I fondamentali

Che cos'è una blockchain, e perché registro è la parola giusta

Come sono fatti i blocchi, chi li aggiunge, che cosa vuol dire «conferma» su reti diverse, e perché il passato di un registro di questo tipo si può riscrivere solo rifacendo il lavoro. Con l'unico caso in cui è stato fatto davvero.

Fra le parole che questo settore ha regalato al linguaggio comune, «blockchain» è quella che ha avuto la fortuna più sproporzionata, perché descrive un dettaglio costruttivo e non la funzione, un po' come se chiamassimo il catasto «armadio di cartelle». Noi preferiamo dire registro, e non per vezzo: la parola giusta, in genere, è quella che dice a che cosa serve una cosa, e questa serve a tenere il conto di chi ha che cosa, con la particolarità che il conto non lo tiene nessuno.

Il meccanismo, se lo spogliamo di tutto, è di una semplicità che quasi delude: le operazioni che la rete riceve vengono raccolte a mazzetti, i blocchi, e ogni blocco porta dentro un'impronta del precedente: un numero ricavato dal contenuto di quello, che cambia del tutto se quel contenuto cambia di una virgola. Incollando un blocco all'altro per mezzo di quell'impronta si ottiene appunto una catena, con una proprietà da tenere a mente: toccare un blocco vecchio significa invalidare tutti quelli che gli stanno sopra.

Che il nome sia un dettaglio lo conferma il legislatore europeo, che nelle definizioni del regolamento MiCA preferisce «registro distribuito», definito come «un archivio di informazioni in cui sono registrate le operazioni e che è condiviso da una serie di nodi di rete DLT ed è sincronizzato tra di essi, mediante l'utilizzo di un meccanismo di consenso». Archivio condiviso e sincronizzato, dunque: il nostro registro, detto da un giurista.

Chi lo tiene, allora, e chi decide che cosa ci va scritto? Lo tiene chiunque faccia girare il programma e ne conservi una copia, e qui sta la differenza con un archivio aziendale: le copie sono molte, pubbliche e confrontabili, e un nodo che si risveglia dopo un mese si fa mandare i blocchi mancanti e li verifica uno per uno, invece di fidarsi. Chi aggiunge i blocchi, invece, deve fare un lavoro costoso e misurabile: su Bitcoin calcoli a vuoto che valgono la ricompensa, su altre reti una somma vincolata che si perde se bara.

Da questo deriva il ritmo, ed è una delle poche cose su cui la retorica della velocità si infrange contro i numeri. Bitcoin punta a un blocco ogni dieci minuti e ricalibra la difficoltà ogni 2016 blocchi, circa due settimane, per restare su quel passo qualunque sia la potenza collegata; al 30 ottobre 2026 la catena era al blocco 973.833, il prossimo ricalcolo cadeva al blocco 975.744, e la media fra due blocchi era di 10,4 minuti. Non è una lentezza di cui vergognarsi, ovviamente: è il tempo che serve perché funzioni senza un arbitro.

Ed è anche il motivo per cui si parla di «conferme», parola che spesso si prende per una formalità e invece, come vediamo, è il cuore della faccenda. Un'operazione finita in un blocco ha una conferma, due quando sopra ne arriva un altro: ogni conferma, dunque, è lavoro che un attaccante dovrebbe rifare per riscrivere quella pagina. Le sei conferme di cui parlano tutti non hanno peraltro niente di sacro, e la documentazione di Bitcoin lo ammette: quel numero nasce dall'ipotesi che un attaccante non arrivi al 10 per cento della potenza di calcolo e che un rischio sotto lo 0,1 per cento sia tollerabile, e sono due convenzioni, non due misure.

Su altre reti il conto si fa in un altro modo: su Ethereum il tempo è diviso in intervalli da dodici secondi e in gruppi di 32, e un'operazione diventa definitiva quando due blocchi di controllo raccolgono i voti di almeno due terzi della somma vincolata dai validatori. Insomma, «confermato» va letto accanto al nome della rete, perché su una vale dieci minuti e su un'altra una dozzina di secondi, e i due livelli di sicurezza non si confrontano a occhio.

Resta la domanda che ci fanno tutti, e alla quale dobbiamo una risposta onesta: perché il registro non si può cambiare all'indietro? Il documento originario di Bitcoin la dà in una riga: la rete concatena le operazioni in una catena di prove di lavoro, «forming a record that cannot be changed without redoing the proof-of-work», formando cioè un archivio che non si può cambiare senza rifare quelle prove. Non è una legge di natura, tuttavia, ma un conto: più blocchi si sono accumulati sopra una pagina, più costa riscriverla.

Che non sia una legge di natura lo dimostra, del resto, l'unica volta in cui una riscrittura è stata fatta davvero. Il 15 agosto 2010 una transazione finita nel blocco 74638 creò dal nulla circa 184 miliardi di bitcoin, per un errore nel controllo delle somme; entro cinque ore uscì una versione corretta del programma, e il giorno dopo la catena valida superò quella difettosa all'altezza 74691. Se andiamo a guardare oggi il blocco 74638 — e noi ci siamo andati, perché è un controllo da trenta secondi — ne troviamo uno con un identificativo diverso da quello di allora: quella pagina non è stata corretta, è stata sostituita, e di quei miliardi non è rimasta traccia.

Quell'episodio ci serve a non prendere per magia ciò che è ingegneria: un registro così resiste alle riscritture perché costa farle e bisogna convincere chi lo tiene ad accettarle, e nei primi mesi di vita di una rete entrambe le condizioni sono fragili. Il resto sta nelle altre guide dei fondamentali: che cosa sia una criptovaluta, che cosa si possieda con una chiave privata, e perché il saldo su una piattaforma non stia in questo registro, ma in quello interno. Come verifichiamo quello che scriviamo sta nel metodo.

Questa guida spiega come funziona una cosa: non dice che cosa comprare, che cosa vendere o che cosa farà il prezzo di qualcosa, e non è una raccomandazione di investimento. Se ci trovi un errore, scrivici a cryptomante@atomicmail.io: lo correggiamo e lo scriviamo nelle correzioni.

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