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Guida · livello 1 · I fondamentali

Il portafoglio: chi tiene le chiavi, e che cosa vuol dire perderle

Che cosa contiene davvero un portafoglio di criptovalute: non monete, ma un numero segreto e le parole che lo rimettono in piedi. Perché consegnare le chiavi a un altro cambia la natura giuridica della cosa, e perché, se la frase si perde, non la recupera nessuno.

Conviene aver letto prima: Che cos'è una criptovaluta, detto senza gergo · Che cos'è una blockchain, e perché registro è la parola giusta

Di tutte le parole che questo settore ha preso in prestito dal mondo di prima, «portafoglio» è forse quella che mente con più candore: un portafoglio, nell'idea di chiunque, è un oggetto che contiene qualcosa, e qui dentro invece non c'è niente, né una moneta né un file. Quello che un portafoglio di criptovalute custodisce, e l'unica cosa che custodisce, è un segreto.

Il segreto, detto senza poesia, è un numero, e nel caso di Bitcoin la documentazione tecnica non lascia margini: la chiave privata è «a single unsigned 256 bit integer», un numero intero senza segno di 256 bit, e da quel numero si ricavano la chiave pubblica e l'indirizzo da dare a chi deve pagare. Il calcolo gira in un verso solo, e lo troviamo in una riga: «A public key can be calculated from a private key, but not vice versa», la chiave pubblica si calcola dalla privata ma non il contrario. Su questa asimmetria, dunque, poggia tutto il resto: le firme che tengono insieme una criptovaluta e le registrazioni di cui è fatta una blockchain.

Ne deriva una cosa che spesso sorprende chi arriva dai conti bancari, perché generare una coppia di chiavi non chiede il permesso di nessuno e nemmeno una connessione: gli indirizzi, ce lo dice la stessa documentazione, si creano «without an Internet connection».

Un numero di 256 bit, ovviamente, non ce lo ricordiamo a memoria e non lo copiamo senza sbagliare, e per questo è nata la frase di recupero, le dodici o ventiquattro parole che ogni programma chiede di trascrivere a mano. Lo standard che le governa, quello che i programmi chiamano BIP-39, prende da 128 a 256 bit di casualità, aggiunge come cifra di controllo i primi bit di una funzione di sintesi, taglia il tutto in gruppi da undici e usa ogni gruppo come numero d'ordine in un elenco di 2.048 parole: 128 bit fanno dodici parole, 256 ne fanno ventiquattro.

Quell'elenco, peraltro, segue un criterio che a noi pare la sola concessione all'errore umano: le parole sono scelte perché le prime quattro lettere di ciascuna bastino a riconoscerla. Qui, tuttavia, finisce la parte rassicurante, perché quelle parole non sono una password che protegge un conto: sono il conto, nel senso che chiunque le legga può spendere, da qualunque parte del mondo, tutto ciò che a quelle chiavi è intestato.

La documentazione, che non è un testo allarmista, lo scrive in una riga che vale i manuali: «Anybody else who discovers the phrase can steal the bitcoins», chiunque altro scopra la frase può rubare i bitcoin, e va dunque tenuta al sicuro come gioielli o contanti; «it must not be typed into any website», non va mai digitata su un sito; non è un consiglio di prudenza generica, appunto, ma la descrizione di come la cosa funziona.

Da qui nasce la distinzione che per noi conta davvero, e cioè chi tiene le chiavi: se le tiene il titolare parliamo di custodia propria, e di tutto risponde lui, dai furti alle distrazioni. Se le tiene qualcun altro non è più una faccenda privata ma un servizio, e il legislatore europeo lo ha messo in una definizione precisa: nel regolamento MiCA la custodia e amministrazione di cripto-attività per conto di clienti è «la custodia o il controllo, per conto di clienti, delle cripto-attività o dei mezzi di accesso a tali cripto-attività, se del caso sotto forma di chiavi crittografiche private».

La legge, insomma, dice quello che andiamo dicendo noi: la cosa che si tiene, o si consegna a un altro, è il mezzo di accesso. A chi la riceve lo stesso regolamento impone di tenere le posizioni dei clienti separate dalle proprie, perfino nel registro distribuito, e di rispondere della perdita dovuta a un incidente a lui attribuibile, con una responsabilità però «limitata al valore di mercato della cripto-attività persa al momento della sua perdita»: una tutela vera, certo, e non una polizza sul valore di domani.

E se invece la frase si perde, e le chiavi le teneva il titolare? Qui non c'è molto da raccontare, e il poco ce lo diciamo senza giri di parole: non la recupera nessuno. Non c'è un emittente a cui scrivere, perché il registro non ha un centro, né un'assistenza che reimposti il segreto, perché il segreto non sta in un archivio ma sul foglio perduto. La speranza residua, del resto, ce la liquida un conto di probabilità: ritrovare per tentativi una chiave corrispondente «is generally considered impossible», si considera in genere impossibile.

Quelle somme, comunque, non scompaiono: restano nel nostro registro, intestate a un indirizzo che nessuno può più muovere e in teoria spendibili per sempre. La contabilità di Bitcoin le conta ancora fra le monete esistenti, mentre la quantità davvero spendibile è «always lower than the theoretical total supply», sempre inferiore al totale teorico, proprio per la perdita accidentale e la distruzione volontaria: un particolare che ci torna utile appena guardiamo quel numero che chiamiamo capitalizzazione, e che riprendiamo in come si legge il prezzo.

Una precisazione finale: la frase di recupero rimette in piedi solo quello che sta sul registro, non i saldi che vivono nei conti di una piattaforma. Ed è il motivo per cui la domanda «dove sono le mie monete» quasi mai ha la risposta che il lettore immagina: la trattiamo in che cosa succede quando compri, da leggere subito dopo questa, insieme alle bandiere rosse da riconoscere prima di consegnare un mezzo di accesso. Come verifichiamo quello che scriviamo sta nel metodo.

Questa guida spiega come funziona una cosa: non dice che cosa comprare, che cosa vendere o che cosa farà il prezzo di qualcosa, e non è una raccomandazione di investimento. Se ci trovi un errore, scrivici a cryptomante@atomicmail.io: lo correggiamo e lo scriviamo nelle correzioni.

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