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Che cos'è una criptovaluta, detto senza gergo
Che cosa è davvero una criptovaluta: non un file e non un oggetto, ma un registro di saldi tenuto da molti computer invece che da una banca. E perché «moneta» è una parola che promette più di quanto la cosa mantenga.
Fra le parole che si incontrano appena si prova a mettere il naso in questo settore, «criptovaluta» è probabilmente quella che fa più danni, e non perché la cosa che indica sia complicata, ma perché la parola promette qualcosa di diverso da quello che consegna: chi arriva da fuori immagina una moneta, cioè un oggetto, o almeno un file da tenere da qualche parte, e invece di oggetti e di file, ovviamente, non ce n'è nessuno.
Proviamo a dirlo nel modo più piatto possibile, che è anche il modo in cui, secondo noi, se ne tiene memoria. Una criptovaluta è un registro di saldi, tenuto in copia dagli stessi computer che lo aggiornano, sparsi per il mondo e senza nessuno al centro, invece che da una banca che risponde del suo. Quando qualcuno dice di «avere» mezzo bitcoin, dunque, non possiede un file che si chiama mezzo bitcoin e non lo tiene in una cartella: in quel registro ci sono delle registrazioni che attribuiscono a un indirizzo il diritto di spendere quella quantità, e chi conosce la chiave di quell'indirizzo è l'unico che può esercitarlo.
Il documento che sta all'origine di Bitcoin, firmato Satoshi Nakamoto e intitolato «Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System», lo dice in una riga che vale tutte le metafore delle brochure: «We define an electronic coin as a chain of digital signatures», definiamo una moneta elettronica come una catena di firme digitali. Non una cosa, appunto, ma una catena di passaggi, ciascuno autorizzato da chi deteneva il precedente e verificabile, se magari ci si prende la briga di farlo, da chiunque.
Anche il legislatore europeo, del resto, quando ha dovuto scrivere una definizione che tenesse in tribunale, ha evitato con cura la parola moneta: il regolamento (UE) 2023/1114, quello che tutti chiamano MiCA, parla di «cripto-attività» e la definisce come «una rappresentazione digitale di un valore o di un diritto che può essere trasferito e memorizzato elettronicamente, utilizzando la tecnologia a registro distribuito o una tecnologia analoga». Rappresentazione, si noti, e attività: due parole scelte una per una, e nessuna delle due è moneta.
Perché la differenza conta, e non è una questione di lessico? Perché la Banca centrale europea, quando spiega al pubblico che cosa sia la moneta, ne elenca tre funzioni — mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore — e su tutte e tre una criptovaluta fa in genere una figura incerta: come mezzo di scambio è accettata da pochi e con tempi e costi che dipendono dalla rete, come unità di conto non la usa nessuno, visto che perfino i prezzi delle criptovalute si scrivono in dollari o in euro, e come riserva di valore chiede infatti di sopportare oscillazioni che nessuna banca centrale si sognerebbe di difendere.
Non lo diciamo noi. La Banca d'Italia, in una comunicazione del 30 gennaio 2015 che vale la pena di leggere perché è invecchiata bene, scriveva che le valute virtuali «non sono moneta legale e non devono essere confuse con la moneta elettronica», e contava allora oltre 500 schemi esistenti nel mondo; undici anni dopo si contano a decine di migliaia, mentre quella frase sulla moneta legale è rimasta esattamente dov'era. Nella stessa pagina, peraltro, c'è già il caso di scuola: il fallimento della piattaforma giapponese Mt. Gox, nei primi mesi del 2014, con la perdita di circa 750 mila bitcoin dei clienti.
Che cosa resta, allora, se togliamo la parola sbagliata? Resta un meccanismo preciso, e per capirlo ci bastano tre domande messe in fila. La prima è chi tiene il registro e con quali regole, cioè che cos'è una blockchain e perché registro è la parola giusta. La seconda è che cosa si possiede davvero, e la risposta, spiacevole ma netta, è che si possiede soltanto una chiave: ne parliamo nella guida su chi tiene le chiavi e che cosa vuol dire perderle. La terza è da dove arriva il numero che chiamiamo prezzo, questione tutt'altro che innocente, che trattiamo in come si legge il prezzo.
Ne aggiungiamo una quarta, comunque, che è quella da cui conviene partire per chi ha già aperto un conto da qualche parte: quando si compra su una piattaforma di scambio, molto spesso non si riceve niente che stia su una blockchain, ma un saldo nel registro interno della piattaforma, che è una cosa diversa e con conseguenze diverse, come raccontiamo in che cosa succede quando compri. È insomma il punto in cui la parola «criptovaluta» inganna due volte, prima sulla natura della cosa e poi sul fatto di averla.
Una precisazione finale, che è anche il motivo per cui questo nostro sito esiste. Dire che una criptovaluta non è moneta non significa che sia una truffa, né che non valga niente: significa che il suo prezzo non ha dietro nessuna istituzione che si impegni, o che possa impegnarsi, a difenderlo, e che quindi dipende interamente da quanto altri sono disposti a pagarlo domani. È su quel vuoto che si innesta l'industria delle previsioni, che noi registriamo una per una, con la data e con l'esito, nel registro delle previsioni; e il modo in cui lo facciamo, con le fonti e con le correzioni, sta scritto nel metodo.
Questa guida spiega come funziona una cosa: non dice che cosa comprare, che cosa vendere o che cosa farà il prezzo di qualcosa, e non è una raccomandazione di investimento. Se ci trovi un errore, scrivici a cryptomante@atomicmail.io: lo correggiamo e lo scriviamo nelle correzioni.
